La Grotta di Romolo e Remo

L’ha (ri)scoperta nell’angolo sud occidentale del colle Palatino, nel novembre 2007, la Soprintendenza archeologica di Roma. Si trova nell’area dei palazzi di Augusto, in asse tra il Tempio di Apollo e l’attuale Basilica di S. Anastasia, a ridosso di quest’ultima e prospiciente il Circo Massimo. E’ sepolta sotto 16 metri di terra e finora è stata solo esplorata da una telecamera sonda la quale ha mostrato una struttura di 9 metri di altezza per 7,5 di diametro, con le pareti riccamente decorate da motivi geometrici realizzati a mosaico policromo e filari di conchiglie, con al centro l’aquila di Augusto. A detta delle autorità in materia, è la grotta della natività della Romanità, l’antro nel quale approdarono, sospinti dalle acque del Tevere, i gemelli Romolo e Remo. Ovvero, il Lupercale.

La fonte più diretta sull’esistenza del Lupercale è Dionigi di Alicarnasso. In Antichità Romane (I, 32, 3- 5; I, 79, 8) scrive: “C’era un sacro luogo, coperto da un folto bosco, e una roccia cava dalla quale sgorgava una sorgente; si diceva che il bosco fosse consacrato a Pan, e ci fosse un altare dedicato al dio. In questo luogo giunse la lupa e si nascose.

Il bosco non esiste più, ma si vede ancora la grotta nella quale sgorga la sorgente, costruita a ridosso del lato del Palatino sulla strada che porta al circo, e vicino c’è un recinto nel quale è una statua che ricorda la leggenda: rappresenta una lupa che allatta due neonati, le figure sono in bronzo e di antica fattura. Si dice che in quest’area ci sia stato un santuario degli Arcadi che, in passato, giunsero qui con Evandro. In questo luogo i Romani costruirono un altare al dio e fecero il loro tradizionale sacrificio, che hanno continuato a offrire in questo giorno del mese di febbraio, dopo il solstizio di inverno, senza alterare nulla nei riti allora stabiliti. Questo posto i Romani lo chiamano il Lupercale”. Altre fonti che citano il Lupercale sono Livio (Ab Urbe Condita, I, 5.1.), Virgilio (Eneide, VIII, 342-344), Ovidio (Fasti, II, 381-382.), Plutarco (Romolo, 3-4), Velleio Patercolo (Historia Romana 1.15.3), Varrone (De Lingua Latina 5.54). Il primo imperatore Giulio Cesare Ottaviano Augusto – il rifondatore degli antichi culti che si considerava erede dei re del Lazio Pico, Fauno, Latino e di Enea in quanto membro della gens Iulia per essere stato adottato da Cesare – nelle sue Res Gestae ricorda con orgoglio di aver restaurato il Lupercale.

Nell’area del suo immenso palazzo/santuario edificato su Palatino, che dominava il Circo Massimo e l’antico approdo sul Tevere, inglobò la sacra grotta restaurata, ponendola in asse sotto il tempio di Apollo. Il Lupercale compare ancora nel IV secolo sui Cataloghi Regionari (elenchi di monumenti) della Regio X Palatium. Successivamente, per secoli, se ne perde memoria scritta. Solo nel 1526 una grotta-ninfeo decorata con conchiglie e pietre venne riscoperta ai piedi del Palatino: secondo il noto archeologo e topografo Rodolfo Lanciani (che pubblicò la Forma Urbis Romae, la mappa di tutti i resti conosciuti della Roma antica su fonti della pianta marmorea severiana) si tratta proprio del Lupercale. La scoperta del 2007 conferma tutte queste fonti (sotto un’immagine mediante laser scanner).

Ebbene, sono passati quattordici anni e cosa è successo? Studi, ricerche, nuovi scavi, dibattiti sull’eccezionalità del rinvenimento? Nulla di questo. Nulla di nulla. Tutto fermo a quel giorno di novembre. Se mai avessero trovato qualcosa del genere all’estero, sarebbe diventata un’attrazione “mondiale”. Da noi no. Un silenzio tombale ha avvolto lo scavo dove Romolo e Remo erano stati salvati dal Tevere ed erano stati nutriti dal picchio e dalla lupa. Ci chiediamo come mai a seguito di una scoperta di questa portata, non si sia immediatamente attivato un lavoro di scavo per riportare alla luce un luogo così importante per la città di Roma.

 

By |2021-02-15T10:26:47+00:00febbraio 15th, 2021|Network, News|0 Comments